Ti trapaneresti un dente da solo?

Se la risposta è sì, allora il “self provisionig” risolverà i tuoi problemi.

Self provisioning è una espressione figa per dire “fai da te” o bricolage in campo informatico. Cioè mi creo un server da solo e ci faccio girare le applicazioni, ma vale anche per il sito web.

La homepage di Wix il più famoso portale nel quale realizzare un sito in self provisioning.

La headline è molto accattivante, “crea il tuo sito gratis in pochi minuti” oppure “sei online con il tuo sito free” ecc. ecc. La vediamo spesso sulle nostre bacheche, si tratta di siti che ci raccontano come sia facile creasi in autonomia la tua presenza su Internet. In altre parole si tratta di società che offrono la possibilità di crearsi il proprio sito a costi apparentemente ridottissimi. E sempre apparentemente, con estrema facilità. In ogni caso per servizi aggiuntivi o qualunque optional fuori dalla offerta base che viene pubblicizzata, si paga. E non così poco come si potrebbe credere a prima vista. Fate i conti su base annua se siete curiosi.

Dal momento che una parte del mio reddito deriva dalla progettazione, realizzazione e manutenzione di siti internet, all’inizio questa cosa mi preoccupava. E lo vedevo come fumo negli occhi, così come penso ogni professionista o artigiano che passa davanti a un brico. Poi ci ho pensato un po’ su e mi sono chiesto:

Ma è veramente così terribile il self provisioning?

Cosa ho da temere da questa forma di bricolage?

Il self provisioning è bricolage tecnologico

Una cosa va detta subito, giusto per eliminare qualche equivoco.

Il sito internet per una azienda anche solo moderatamente strutturata è una macchina editoriale e di marketing che svolge molteplici funzioni. Non voglio entrare adesso nel merito dei processi aziendali che ne sono coinvolti. Ma è evidente come non abbia senso sia economicamente sia come immagine aziendale utilizzare questi servizi low cost, per cui inutile anche solo parlarne.

Il senso invece potrebbe esserci per un libero professionista, un piccolo (ma piccolo davvero) commerciante, un artigiano (sempre piccolo), un medico ecc. Categorie che basano la propria attività sul lavoro proprio o dei propri familiari e che potrebbero beneficiare di un modesto risparmio economico.

Avere un hobby è costoso

Per analizzare questo fenomeno ci sono due strade: una prettamente economica che prende in considerazione il costo effettivo su base annua del servizio. Vanno poi sommati quelli di chi inserisce i contenuti nel sito, di chi li crea, e di chi fa la manutenzione. Solitamente è lo stesso imprenditore.

Se questo imprenditore non si occupa di web a livello professionale dovrà di investire tempo e risorse in formazione specifica. Formazione non finalizzata alla sua attività ma ad una attività secondaria, limitata e senza ritorno immediato, se non pubblicitario.

L’altro modo per analizzare la questione è quello legato ai risultati che ci sia aspetta da una operazione di questo tipo. Alla opportunità stessa di approcciarsi a questa modalità, si tratta quindi di una questione diciamo filosofica.

Come mi guarderebbe un dentista che scopre che mi sono fatto una otturazione da solo? O un carrozziere che scopre che ho riverniciato il parafango “a bomboletta“?

Forse nella stessa maniera in cui lo guardo io quando mi chiede di aggiustare il sito fai da te, che ha smesso di funzionare “senza motivo“.