Le banche fanno le banche. Il problema è altrove.

Idee da un articolo di Sandro Trento su Domani

Sandro Trento — economista, ex dirigente Banca d’Italia, ex direttore del Centro Studi Confindustria — ha pubblicato su Domani un articolo che pone una domanda legittima: a cosa serve una banca se i suoi record di utili non coincidono con la crescita del paese?

Non sono del tutto daccordo con quell’articolo, Lo scrivo da consulente del credito che lavora ogni giorno con famiglie e imprese che chiedono mutui e finanziamenti — e che quindi vede dall’interno cosa cercano le banche dall’altra parte del tavolo.

Ma rimane una domanda che vale la pena prendere sul serio. E il modo migliore per farlo è spingerla oltre dove Trento si ferma.

La forbice esiste. Ma cosa misura?

I dati citati sono reali: nel 2025 la redditività delle banche italiane ha raggiunto i livelli più alti dal 2008, mentre il PIL è cresciuto dello 0,5 per cento. I prestiti alle piccole imprese hanno continuato a contrarsi mentre quelli alle grandi crescevano. La forbice c’è.

Il problema è l’interpretazione. Trento costruisce implicitamente una relazione causale: le banche guadagnano, le PMI non ricevono credito, quindi le banche sono parte del problema. È una lettura suggestiva, ma inverte l’ordine dei fattori.

Un sistema che ha imparato a proprie spese

Il sistema bancario italiano è arrivato alla solidità attuale attraverso un percorso che nessuno dovrebbe dimenticare troppo in fretta: le crisi degli anni Novanta, Monte dei Paschi — già noto alle cronache come Banca 121 — le banche venete, un decennio di crediti deteriorati accumulati finanziando imprese e progetti non bancabili.

Chi vuole ricordare cosa significa un sistema bancario che “sostiene l’economia reale” senza la disciplina del rischio può guardare fuori dai confini italiani. In Spagna la bolla immobiliare alimentata dal credito facile ha richiesto un intervento europeo di emergenza da 41 miliardi, la creazione di una bad bank pubblica con oltre 107 miliardi di asset immobiliari tossici, e infine l’assorbimento del Banco Popular da parte di Santander a prezzo simbolico. In Germania, Deutsche Bank ha accumulato un portafoglio di derivati che nelle stime più caute ha toccato i 42.000 miliardi di dollari — sedici volte il PIL tedesco — chiudendo in perdita per cinque anni consecutivi dopo il 2008, con una maxi ristrutturazione da oltre 7 miliardi e un susseguirsi di scandali e multe miliardarie per manipolazione del Libor e vendita di titoli tossici.

Le ispezioni BCE non hanno mai formulato giudizi di questo tipo sul sistema bancario italiano. Quella solidità ha un costo — minore esposizione al rischio, minore credito ai margini — ma ha anche un valore che l’articolo di Trento non contabilizza.

Il vero problema è a monte

Quando una banca valuta una piccola impresa sottocapitalizzata, con governance familiare opaca, bilanci non certificati, in un settore a bassa produttività e margini compressi, e decide di non concedere credito — non sta sbagliando. Sta funzionando esattamente come dovrebbe.

Il problema è che il sistema ha costruito, deliberatamente e nel tempo, imprese strutturalmente non bancabili.

I dati sono impietosi: il 94,9% delle imprese italiane ha meno di 10 dipendenti. La produttività nelle microimprese si ferma a 33.400 euro per addetto contro i 76.900 delle grandi. Nel lungo periodo 2000-2020 la crescita media annua della produttività italiana è stata dello 0,33%, contro l’1% tedesco e lo 0,95% francese. Non è una crisi congiunturale. È una stagnazione strutturale pluridecennale.

Michele Boldrin lo dice da anni con la chiarezza che lo contraddistingue: le PMI italiane non sono da proteggere, sono da trasformare. Non hanno mezzi per fare innovazione, sono sottocapitalizzate per definizione, vivono in un ecosistema di sussidi espliciti e impliciti che le tiene in vita senza farle crescere. Le carriere individuali al loro interno sono viziate dalla struttura padronale e familiare. Non possono scalare i mercati globali perché non hanno mai dovuto farlo davvero.

Luigi Marattin sul salario minimo arriva alla stessa conclusione da un’angolazione diversa: il problema dei salari bassi non si risolve per decreto, si risolve con imprese più grandi, più produttive, capaci di redistribuire valore. La sua proposta — incentivi fiscali alle fusioni tra imprese — è l’opposto della logica “piccolo è bello”.

Il turismo come industria estrattiva — e il suo costo nascosto

C’è un settore che condensa tutte queste contraddizioni meglio di ogni altro.

L’Italia ha costruito la narrazione della “cultura come petrolio” — un asset identitario da valorizzare come principale leva economica. Il problema è che i paesi che basano la propria economia sull’industria estrattiva sono storicamente quelli con le economie più fragili. Il Congo estrae coltan e cobalto indispensabili all’industria tecnologica mondiale, eppure rimane uno dei paesi più poveri del pianeta. Il Cile ha costruito per decenni la sua economia sul rame con risultati alterni. I paesi arabi più lungimiranti — UAE, Arabia Saudita — stanno investendo miliardi proprio per smettere di dipendere dal petrolio prima che sia troppo tardi.

Il turismo di massa non è dissimile da un’industria estrattiva: prelevi una risorsa che non hai creato — paesaggio, storia, clima, cultura — la vendi senza trasformarla, non reinvesti nella sua rigenerazione, lasci esternalità negative sul territorio. Overtourism, erosione dei centri storici, stagionalità che impedisce la costruzione di competenze stabili.

In Sardegna questo meccanismo ha un costo sociale diretto e misurabile. Ogni settembre, con la fine della stagione estiva, migliaia di lavoratori del turismo, dell’hôtellerie e della ristorazione si ritrovano senza impiego e accedono alla NASpI. È un fenomeno così strutturale da avere una norma dedicata: la NASpI stagionale, con deroga specifica per il settore turistico. La “porta girevole” — lavoratori che alternano sei mesi di lavoro e tre mesi di sussidio, anno dopo anno — non è un abuso del sistema. È il sistema che funziona esattamente come è stato progettato. Il costo è collettivo: lo paga l’INPS, lo paghiamo tutti. Il beneficio è privato: lo intascano gli operatori che esternalizzano il costo del personale fuori stagione sullo Stato.

Questo non è turismo come settore produttivo. È turismo come meccanismo di sussidio incrociato a spese della collettività.

La narrativa e la sua funzione politica

La narrativa “banche avide che non prestano alle PMI” ha una funzione politica precisa e trasversale: legittimare l’intervento pubblico nel credito, le garanzie statali, i fondi diretti alle imprese. Piace alla sinistra che vuole redistribuzione, alla destra che vuole proteggere i piccoli imprenditori, ai politici di ogni colore che vogliono controllare l’allocazione del credito.

Il problema è che ogni volta che lo Stato ha forzato il credito verso destinatari non bancabili il risultato è stato socializzare le perdite e privatizzare i benefici. Non è un’opinione. È storia economica italiana recente.

Quello che vedo dall’interno

Lavoro come consulente del credito, prevalentemente con famiglie e privati che cercano un mutuo. Ma il perimetro sta cambiando: Kiron sta aprendo al credito alle imprese, stiamo muovendo i primi passi, e quello che emerge già in questa fase iniziale è istruttivo.

Le imprese che si avvicinano a questo tipo di consulenza spesso arrivano senza avere ancora chiaro cosa cercano le banche dall’altra parte del tavolo — bilanci non strutturati per reggere un’analisi creditizia, proiezioni assenti, patrimonio non valorizzato correttamente. Non è malafede. È la conseguenza di un rapporto con il credito costruito su logiche diverse da quelle che il sistema bancario attuale richiede.

C’era un’epoca in cui un costruttore portava il plastico del suo villaggio turistico al direttore di filiale, con una certa disponibilità reciproca implicita nel prezzo dell’accesso al capitale. Quell’epoca è finita, per ragioni che dovremmo tutti considerare positive.

Il valore del consulente del credito indipendente non è aggirare il sistema bancario. È aiutare un’impresa a capire cosa vede la banca dall’altra parte del tavolo — e cosa deve cambiare prima ancora di parlare di tassi e garanzie.

La domanda giusta non è “perché le banche non prestano alle PMI”. È “cosa devono diventare le PMI per meritare il credito che chiedono”.

È una domanda più scomoda. È anche quella utile.

Riferimenti: Sandro Trento, “A cosa serve una banca?”, Domani — editorialedomani.it | Michele Boldrin, podcast su PMI e produttività — youtube.com/watch?v=dgWDiR-Uzlo | Luigi Marattin, “Salario minimo: 10 domande e risposte” — luigimarattin.it

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